lunedì 29 marzo 2010

Primo giorno

Primo giorno di coogestione. Ingresso trionfale a scuola, con buste e bustarelle come tutti i professori che si rispettino. Vado in classe, c'è il prof di filosofia. Lascio la presenza, mollo tutto e corro in auditorium. I rappresentanti assegnano ad ogni relatore un'aula nella quale tenere il proprio corso. Mi spediscono in 3C. Sulla parete dietro la cattedra c'è un buco, e intorno ci hanno fatto delle labbra, e degli occhi, e dei capelli. Mi scappa da ridere. Marzia mi raggiunge, scriviamo Scrittura creativa su un foglio da attaccare dietro la porta. Poi, arrivano i primi ragazzi. Sono tutti del biennio, questa è la giornata dedicata a loro. Entrano timidamente, sono soprattutto ragazze. Poi se ne aggiungono altri, pian piano. Abbiamo formato una piccola classe. Il tipo del servizio d'ordine prende le presenze e si volatilizza. Qual è la prima parola che vi viene in mente se dico "scrittura"? Lettere, risponde Roberta. Libro, interviene Federica. Pelo, dice NonMiRicordoChi. Scoppio a ridere. Iniziamo a chiacchierare. Guardo questi ragazzi, uno per uno; loro nei banchi, ed io seduta sulla cattedra, che strano. Che ci faccio qui?, dovrei essere con loro, con i gomiti su quei banchi pieni di scarabocchi. Eppure è fantastico. Fantastico avere questo gruppo meraviglioso che mi sta ascoltando, davvero, e che ogni tanto interviene. Quel ragazzo seduto al penultimo banco è speciale, glielo si legge in faccia. Durante l'attività, scrive cose molto tristi. Le leggo ad alta voce e, benchè il foglio sia anonimo, so che è il suo. "Questo testo mi è piaciuto moltissimo", dico. Gli si illuminano gli occhi. Marzia è una brava collega, ha tutta la simpatia che io non ho. I ragazzi ridono, mentre si toglie le scarpe e si tappa il naso, poi va alla lavagna e dice "E' fondamentale la conoscenza dell'italiano. Bianca, conoscenza si scrive con o senza i?". Le due ore volano tra risate, musica e parole, parole, parole. Dio mio, quanta fantasia, quanto talento si nasconde in queste testoline! Nessuno di questi ragazzi si rende conto di ciò che è in grado di fare, nessuno. Poi, suona la campanella. Distribuisco un brano tratto dall'ultimo capitolo dell'Ulisse di Joyce. "Scrivere significa non avere regole. Le regole erano l'ultima cosa alla quale pensava Joyce, mentre scriveva l'ultimo capitolo dell'Ulisse..." spiego, mentre distribuisco le fotocopie. Il tempo è finito. I ragazzi si alzano, prendono armi e bagagli, salutano e vanno via. Apro la borsa, prendo il kinder bueno che ho comprato stamattina da Franco. E penso che è proprio questo ciò che voglio fare della mia vita. Insegnare. Esco dall'aula, guardo i miei alunni per un giorno andare via, entrare in altre aule per iscriversi ad altri corsi. Penso che non so nemmeno di che classe sono, e chissà chi li vedrà più. Peccato. Sarebbe stato bello parlare ancora con loro. Torno a casa che mi sento triste. Sono stata stupida a non ritirare quei piccoli componimenti che hanno scritto; li ho lasciati a loro, che a quest'ora ne hanno sicuramente fatto degli aereoplanini. Sono stata davvero stupida. Mi sarebbe piaciuto conservare quei piccoli pensieri, scritti su fogli piegati male e pieni di cancellature. Sarebbe stato bello conservare qualcosa di loro. Che peccato, a volte sono proprio beota.

0 commenti:

Posta un commento