sabato 26 dicembre 2009

Mentre suoni il terzo tempo dell’Aurora di Beethoven, penso che è troppo strano vederti eseguire un pezzo così. Tu così delicata, tu così eterea. Così triste. E l’Aurora così esuberante, viva, colorata d’arancio e viola. E’ così strano vederti che potrei sentirmi male, ora, mentre immagino il dolore che si arrampica sulle pareti del tuo corpo senza mai scivolare. Lo posso vedere, il dolore, come in una radiografia. Radiografia di te mentre Beethoven ti scorre nelle vene, piccola mia, come fai a non morire? Mentre il tuo ragazzo fa l’amore con un’altra, che poi amore non è, come fai a non morire? Tu ti siedi e suoni il terzo tempo dell’Aurora, quest’esplosione di note, luce e colori, come fai? E penso che da questa distanza non potrei mai vedere le tue lacrime, ma le posso immaginare, mentre scorrono sulle tue guance a ritmo di musica e poi scivolano sul pianoforte, le dita che inciampano sui tasti bagnati e il silenzio nella mente. Tanta musica e tanto silenzio contemporaneamente. Tutta la tua rabbia lascia un po’ di sé negli accordi improvvisamente violenti, ed è come vedere una farfalla azzurra bruciare nel sole. Mi chiedo cosa saresti tu senza un pianoforte, e cosa sarebbe un pianoforte senza te. Secoli di musica e note incisi sui tuoi globuli rossi, chissà come sarebbe poetica una radiografia di te.
E poi ti spegni.
L’ultimo accordo suona affrettato, stacchi subito le mani dal pianoforte, come se scottasse.
Sull’ultimo pentagono armonico, la tua immagine si sfuma e tremola, come mossa dal vento.
E la sonata più gioiosa, più luminosa ed esuberante di Beethoven, si spegne in te.

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